Punti chiave
- Da cosa nasce la pace dopo la Seconda Guerra Mondiale
- Il ruolo della Deterrenza Atomica nel mantenimento della pace
- Armi nucleari strategiche e tattiche, le tecniche di impiego
- Il paradosso atomico: perché le armi nucleari militarmente non servono
La lunga pace del Secondo Dopoguerra
Quello di Pax Atomica è un concetto molto poco utilizzato, tanto nel mondo dei media che in quello accademico, ma si tratta di uno dei più importanti strumenti da padroneggiare per poter avere una corretta chiave di lettura del mondo. Dopo la fine della II° Guerra Mondiale, di fronte alle spaventose devastazioni causate dal conflitto, praticamente tutti i paesi che vi avevano preso parte avevano profonde aspirazioni affinché fossero ridotte al minimo le possibilità che si ripetesse una guerra su scala mondiale. Negare l’esistenza di sentimenti morali, minimizzando lo stato psicologico di chi quella guerra la aveva combattuta ed era sopravvissuto, sarebbe una prova di cinismo decisamente eccessiva: la Seconda Guerra Mondiale segnò, ad esempio, una netta svolta pacifista nella Chiesa Cattolica, incarnata da Primo Mazzolari. La posizione netta della Chiesa sulla materia proiettava un notevole peso politico rispetto alle istanze pacifiste, espresso per bocca dei milioni di cattolici di tutto il mondo, tanto nei regimi democratici che nei fascismi sopravvissuti alla Guerra, ma si rifletteva in un sentimento condiviso anche dai laici. Ma al tempo stesso, non si può far finta di non vedere che si trattava principalmente di una semplice paura “aritmetica”. Nessuno, infatti, si poteva permettere a cuor leggero una guerra che avrebbe, per forza di cose, portato con se altri milioni di morti. Non volevano una nuova guerra gli USA, che avevano avuto 416.800 morti nonostante fossero entrati in guerra solo nel 1941 ( in realtà le prime operazioni considerevoli ci furono a partire dal 1942) e contro avversari già provati. Non la volevano i sovietici, che per difendere la loro madrepatria avevano sofferto le maggiori perdite dell’intera guerra, 26 milioni di caduti tra civili e militari, e che avevano un paese allo stremo. E non la volevano gli europei, che ormai iniziavano a realizzare che il loro posto come continente culla degli imperi moderni era ormai avviato verso il tramonto. Ma le aspirazioni di pace non potevano allontanare lo spettro della guerra tra le nuove superpotenze emerse dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale. Josef Stalin era ad esempio convinto che la “Guerra Futura (inizialmente teorizzata dal maresciallo Mikail Thucachevskij)” in cui gli stati capitalistici avrebbero invaso l’Unione Sovietica fosse inevitabile. Non che il Segretario Generale dell’URSS fosse poi così nel torto, dato che Winston Churchill, nel maggio del 1945 aveva ordinato allo stato maggiore britannico di studiare la fattibilità di un attacco congiunto angloamericano contro l’URSS. Fortunatamente per tutti, il progetto, nome in codice “Operazione Unthinkable” rimase solo un’opzione sperimentale.
La supremazia nucleare americana, la nascita dell’ordine internazionale e la Guerra Fredda
Se la guerra materialmente non scoppiò, al netto delle tensioni che percorrevano il Vecchio Continente, dove correva quel confine soprannominato da Churchill “la Cortina di Ferro” non fu però per la buona volontà degli uomini, quanto per la realizzazione di quanto sarebbe stata devastante quella guerra. La notevole superiorità numerica in termini di mezzi e uomini avrebbe consentito ai sovietici di invadere e sottomettere rapidamente l’Europa, ma il monopolio delle armi nucleari avrebbe consentito agli americani di infliggere sul territorio sovietico immani devastazioni. Era una scommessa che nessuno si sentiva davvero di prendere, e in ultima analisi fu il motivo per cui, tolti episodi come il braccio di ferro per provare a strappare Berlino, tanto i sovietici quanto gli americani si dimostrarono relativamente aperti alla cooperazione e al compromesso. Fu questo stato di reciproco timore che favorì la nascita delle Nazioni Unite, dando all’organizzazione del tempo prezioso per affermare la sua legittimità e operatività. Tuttavia, mentre si predicava la cooperazione, gli USA disponevano l’aumento esponenziale dell’ arsenale atomico, mentre i sovietici lavoravano a tappe forzate per la creazione della loro bomba. L’Unione Sovietica si mise in pari con gli USA con il test atomico “RDS-1” del 29 agosto 1949, segnando l’avvio definitivo della corsa agli armamenti e della Guerra Fredda. L’epoca del compromesso lasciava il posto a quella del confronto minaccioso e delle proxy war: conflitti tra stati nelle orbite di influenza delle due grandi potenze (come ad esempio la seconda e la terza Guerra Arabo-Israeliana), oppure tra le grandi potenze e gli stati che non erano allineati con la loro agenda (come la Guerra di Corea e il Vietnam). La Guerra Fredda poteva essere tale in Europa, ma per tutti i paesi che si trovavano ad essere teatro di una proxy war, il conflitto era fatto di tempeste di acciaio e morte, in cui spesso la maggior parte delle vittime erano tra i civili. Una guerra totale e simmetrica tra grandi potenze, come lo era stata la Seconda Guerra Mondiale, era semplicemente qualcosa di indesiderabile: anche solo un utilizzo limitato delle armi atomiche avrebbe impossibile ai vincitori godersi le spoglie, e comportato un rischio di contaminazione radioattiva potenzialmente globale. Nasceva la Pax Atomica, uno stato di tensione permanente fondato sulla dottrina M.A.D. (Mutual Assured Destruction) che tuttavia non poteva sfociare in una guerra, poiché fare così avrebbe significato l’annientamento reciproco. La Pax Atomica è stata il vero deterrente che ha impedito, per 70 anni, lo scoppio di una nuova guerra mondiale.
Le modalità di utilizzo dell’arma nucleare
Ma se un’arma atomica non è mai stata usata, nemmeno dopo la fine della Guerra Fredda, nemmeno contro stati che non ne disponevano, e nemmeno quando le dottrine operative potenzialmente lo contemplano, è anche perché le armi nucleari hanno un difetto intrinseco. Ma, per capire meglio, vediamo brevemente quali sono le caratteristiche principali delle armi nucleari moderne. Tecnicamente parlando, esistono 2 tipi diversi di armi nucleari, a seconda del vettore di consegna, ovvero di quale sistema d’arma viene adoperato per recapitare il payload. Inizialmente, le bombe atomiche erano, per l’appunto bombe: si trattava quindi di ordigni esplosivi enormi e pesantissimi che dovevano essere caricati su aerei (e ci volevano areoplani in grado di trasportarle) ed essere sganciate sui bersagli. Il problema con queste armi, tipiche della fase in cui i soli Stati Uniti possedevano la Bomba Atomica, è che per potere essere usate in sicurezza richiedono una assoluta e incontestata superiorità aerea, nonché la possibilità di avere aeroporti funzionanti nella zona da cui far decollare gli aerei pesanti. La scarsa precisione dello sganciamento tramite bomba da aeroplano, inoltre, rende la bomba utilizzabile solo contro bersagli grandi e statici, come le città. Perché tutte queste condizioni siano soddisfatte, è necessaria una situazione bellica tale che, con tutta probabilità, il paese vittima del bombardamento è comunque sul punto di perdere la guerra. E infatti questa era la situazione del Giappone. Quelli che il cinema ci ha abituato ad associare maggiormente all’arma atomica sono gli ICBM. I missili balistici intercontinentali sono enormi missili con migliaia e migliaia di km di gittata utile (devono essere più di 5.550 km per rientrare nella classificazione), che richiedono impianti per il lancio ugualmente imponenti, e soprattutto hanno un tempo di lancio relativamente lungo per via delle procedure di prelancio. Per lo spionaggio individuare un sito di lancio di un ICBM è difficile ma tutt’altro che impossibile, e con la messa in orbita dei primi satelliti, è diventato ancora più facile, in particolare grazie alla possibilità di identificare la traccia termica del preriscaldamento. Per questo motivo, gli ICBM sono generalmente considerate armi strategiche, sono cioè quelle che materialmente operano la deterrenza rispetto alla guerra, e in qualche modo possono essere considerate quelle difensive. Con i progressi nel campo della missilistica e nella miniaturizzazione delle bombe atomiche è poi nata una seconda classe di armi nucleari, con gittare sempre nell’ordine delle migliaia di km, ma sensibilmente più ridotte. Gli IRBM e SRBM sono missili balistici a media e corta gittata, che possono essere lanciati con molta più facilità e nella maggior parte dei casi da lanciatori “ibridi” in grado di caricare tanto armi convenzionali che nucleari: sono, in altre parole, notevolmente più mimetici, e hanno tempi di lancio praticamente istantanei. Queste armi nucleari sono considerate tattiche perché il breve tempo di impiego consente di utilizzarle per un colpo preventivo, e sono quelle che vengono tenute d’occhio con maggiore attenzione dallo spionaggio militare. Sono anche quelle che si sono trovate al centro delle principali crisi nucleari della nostra storia: Cuba nel 1962 e Able Archer nel 1983.
Il paradosso dell’arma nucleare
Come dicevamo, tutte queste categorie di atomiche hanno però un difetto intrinseco, che per l’appunto è il grande paradosso dell’arma nucleare: togliamo per un momento dal quadro la M.A.D. e confrontiamoci solo sull’singolo utilizzo. Si tratta delle armi più devastanti mai create nella storia umana, così distruttive da poter cambiare sensibilmente le sorti di un conflitto. Ma quale può essere un bersaglio pagante per un arma così potente, costosa, e difficile da impiegare? Nel mondo della missilistica, ha senso usare un’arma costosa e relativamente difficile da rimpiazzare, quando si potrebbe ottenere lo stesso risultato con le armi convenzionali? Evidentemente, no. Usare un arma atomica, in condizioni di non assoluto e incontestato dominio dell’aria, richiede comunque esporsi attraverso lo strumento di mezzi militari preziosi, che rischiano di essere distrutti, o addirittura catturati dal nemico: dopodiché se anche si fosse sicuri con matematica certezza del successo dell’operazione, comunque il guadagno potenziale è sempre e comunque sproporzionato rispetto al costo. Innanzitutto, quale che sia il bersaglio, utilizzare un’arma nucleare ha terrificanti conseguenze materiali sulla vivibilità in un’area molto più grande dell’esplosione: il vento può trasportare il fallout anche a lunghissime distanze, le falde acquifere possono contaminarsi e in alcuni casi i sopravvissuti stessi diventano fonti di contaminazione radioattiva a cascata. C’è sempre la possibilità che i danni collaterali vadano a colpire altri paesi, magari pure alleati, causando un effetto a cascata politico disastroso. Dopodiché, anche scegliere un bersaglio pagante presenta delle difficoltà. Attaccare una posizione militare fortificata con un’arma nucleare crea un area in cui è impossibile transitare in sicurezza, quindi rimuove un ostacolo militare per sostituirlo con uno naturale ancora più impervio. Un centro produttivo importante potrebbe essere un bersaglio più appetibile, ma perché questa condizione sia vera, bisogna che sia assolutamente indispensabile, e che il nemico abbia effettivamente concentrato tutte le sue capacità produttive e di knowhow in un solo punto. Se è possibile ripristinare in qualche modo la produzione da un’altra parte, anche questa possibilità di impiego appare piuttosto inutile. Rimane, evidentemente, il volere attaccare direttamente la popolazione civile per fiaccarne il morale e la capacità di combattimento. Ammesso che questo davvero si verifichi, anche operare in questo modo presenta delle problematiche non trascurabili: per quanto possiamo raccontarci di vivere in un mondo Hobbesiano, una qualche forma di giustificazione morale per l’utilizzo della guerra è una caratteristica imprescindibile per qualsiasi stato moderno, e specialmente per le democrazie, dove i militari sono anche una forza elettorale in tempo di pace. Usare un’atomica per attaccare un obbiettivo civile, qualificandosi come uno stato canaglia, spazzerebbe in un colpo solo qualsiasi parvenza di giustificazione e di superiorità morale, causando un prevedibile contraccolpo psicologico nelle forze attaccanti potenzialmente devastante.
Conclusioni
Come ogni altro aspetto spiacevole legato alla guerra, non è pensabile di ignorare l’esistenza delle armi nucleari e bisogna, piuttosto, cercare di capire il ruolo effettivo che hanno nel quadro generale. Scegliere di non voler considerare un fenomeno o un aspetto solo perché non ci piace, vuol dire innanzitutto rendersi vulnerabili rispetto alle pressioni esterne, ma anche creare una pericolosa “terra ignota” in cui, nascosti dagli occhi di tutti, gli scenari mostruosi prendono forma fino a diventare la realtà. Questo è qualcosa da tenere a mente sia quando ascoltiamo i discorsi dei leader politici e dei commentatori, ma anche quando osserviamo passivamente le decisioni che, invece, dovrebbero vederci soggetti attivi. Le armi nucleari sono una terrificante realtà con cui fare i conti, ma rappresentano anche un’arma imperfetta, che funge più da strumento politico, che da moltiplicatore di potenza militare. Questo si vede bene anche nelle formulazioni delle dottrine nucleari dei vari paesi, che sono più o meno tutte volutamente vaghe.
SITOGRAFIA
- Operazione Unthinkable
- 2022 US Nuclear Deterrence Stategy and Policy
- NATO Nuclear Deterrence Policy and Forces
- Fondazione Don Primo Mazzolari – Il messaggio e l’azione di pace di Don Primo Mazzolari- Atti del convegno internazionale di studi UNESCO, Parigi 29 novembre 2018
- Archiviodisarmo.it – Ramy Srour ARMI NUCLEARI TATTICHE Le B61 e i rapporti NATO-Russia
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- V.A. War Plans and Aliiances in the Cold War: threat perceptions in the East and West. Routledge 2006.
- Massimo De Giuseppe. Il problema della pace. Mazzolari e la difficile genesi di un pacifismo cattolico (1946-1953) Articolo Rivista il Mulino n 52/2003.
- ROBERT JUNGK. Lo Stato Atomico. Lit Edizioni 2024.
- ANDREA GIUMETTI. La Spada del Proletariato: il ruolo sociale dei soldati nell’Armata Rossa dal 1905 al 1945. Il cerchio editore 2023.
- CHARLES L GLASER – Analyzing Strategic Nuclear Policy- Princeton University Press 2014
- BOUTHOUL GASTON – Sociologia delle Guerre: trattato di polemologia. Edizioni Pgreco 2013




