Punti Chiave
- Le armi antisatellite, il diritto dei conflitti armati, e un vuoto che nessun trattato ha ancora colmato
- Le armi ASAT
- Il manuale di Tallin
- L’effetto Kessler
Un dominio già conteso
Il 15 novembre 2021 un missile russo distrusse il satellite dismesso Kosmos 1408, a circa 485 chilometri di quota, e i sette membri dell’equipaggio della Stazione spaziale internazionale dovettero rifugiarsi nelle capsule Sojuz e Dragon agganciate alla Stazione, mentre la nube di oltre millecinquecento frammenti tracciabili minacciava di colpirli a ogni passaggio orbitale. Nessuna norma internazionale vietava quel test, e nessuna norma vieta oggi ai satelliti militari di orbitare, di spiare, di guidare missili, di garantire le comunicazioni tattiche di un esercito: il Trattato del 1967 proibisce le armi di distruzione di massa in orbita e le basi militari sui corpi celesti, non l’uso militare dello spazio in senso lato, e i satelliti da ricognizione, da navigazione e da allerta missilistica orbitano ininterrottamente dalla fine degli anni Cinquanta senza che la loro presenza abbia mai violato il diritto spaziale. Ciò che è cambiato, e che rende oggi urgente una domanda a cui il diritto internazionale non ha ancora risposto, non è la presenza militare nello spazio in sé, ma la sua trasformazione in bersaglio: i sistemi spaziali non sono più soltanto moltiplicatori di forza al servizio delle operazioni terrestri, sono infrastrutture la cui distruzione è oggi considerata, dai pianificatori strategici delle principali potenze, un obiettivo legittimo quanto una base aerea o una portaerei. Quali norme si applicano quando un satellite viene attaccato, chi ne risponde, e con quali conseguenze per un ambiente orbitale che nessuna distruzione lascia mai del tutto alle spalle: sono le domande che attraversano queste pagine, proseguendo da un’angolatura diversa la stessa indagine sullo spazio che i pezzi precedenti hanno condotto sul terreno delle risorse e dei territori.
L’arsenale che nessuno vieta
Le capacità antisatellite, indicate comunemente con l’acronimo ASAT, non si esauriscono nel missile che abbatte fisicamente un bersaglio. Le capacità antisatellite, indicate comunemente con l’acronimo ASAT, non si esauriscono nel missile che abbatte fisicamente un bersaglio. Gli attacchi cinetici a impatto diretto restano la forma più devastante, perché producono nubi di detriti destinate a persistere per anni o decenni: la Cina ne diede la prima dimostrazione su larga scala l’11 gennaio 2007, distruggendo il proprio satellite meteorologico dismesso Fengyun-1C a 865 chilometri di quota e generando oltre tremila frammenti tracciabili, il più grande evento di frammentazione mai registrato in orbita; l’India seguì nel 2019 con la missione Mission Shakti, la Russia nel 2021 con il test su Kosmos 1408. Accanto alle armi cinetiche esiste però un intero registro di capacità che non lasciano detriti ma producono lo stesso effetto pratico, la neutralizzazione: il disturbo elettronico che copre i segnali satellitari, la falsificazione dei segnali di navigazione, l’intrusione informatica nei segmenti di terra che controllano i satelliti, i laser capaci di accecare temporaneamente o permanentemente un sensore ottico, i veicoli co-orbitali che si avvicinano fisicamente a un satellite avversario per disabilitarlo senza distruggerlo. Stati Uniti, Russia e Cina dispongono delle capacità più avanzate in ciascun registro, ma la proliferazione ha ormai raggiunto una dozzina di Stati: Corea del Nord e Iran investono soprattutto nel disturbo elettronico a basso costo, mentre Francia, Giappone e altri sviluppano piuttosto capacità di ricognizione e di avvicinamento orbitale, in un quadro che il Global Counterspace Capabilities Report della Secure World Foundation, giunto nel 2024 alla settima edizione, descrive come privo di precedenti per rapidità e opacità, con molte delle capacità più avanzate sviluppate in programmi classificati la cui stessa esistenza viene negata. La guerra in Ucraina ha reso questo scenario operativo. La costellazione Starlink di SpaceX ha fornito alle forze ucraine connettività tattica e controllo dei droni in condizioni che nessun sistema statale avrebbe garantito con la stessa rapidità, alterando l’equilibrio sul campo in modo che i pianificatori militari studiano ancora. La Russia ha risposto colpendo l’infrastruttura satellitare civile: poche ore prima dell’invasione del 24 febbraio 2022, un attacco informatico contro i terminali di terra della rete KA-SAT di Viasat, condotto con un malware distruttivo poi ribattezzato AcidRain e formalmente attribuito ai servizi militari russi dall’Unione europea e dagli Stati Uniti nel maggio successivo, mise fuori uso decine di migliaia di modem in Ucraina e in diversi paesi europei Per la prima volta nella storia dei conflitti moderni, un sistema satellitare commerciale, gestito da un soggetto privato per finalità dichiaratamente civili, è diventato esso stesso bersaglio di un attacco militare, ed è precisamente questa ambiguità, fra ciò che è civile e ciò che è militare in orbita, a mettere sotto pressione un corpo di norme pensato per un mondo dove quella distinzione era più facile da tracciare.
Un diritto che si applica ma non risponde
Il diritto internazionale umanitario, codificato principalmente nelle Convenzioni di Ginevra del 1949 e nei Protocolli aggiuntivi del 1977, si applica in linea di principio a ogni teatro operativo, incluso lo spazio: nessuna norma esclude l’orbita dal diritto dei conflitti armati, e uno Stato che vi conduca operazioni militari nell’ambito di un conflitto resta soggetto agli stessi obblighi che valgono a terra, in mare e in cielo. Il diritto internazionale umanitario, codificato principalmente nelle Convenzioni di Ginevra del 1949 e nei Protocolli aggiuntivi del 1977, si applica in linea di principio a ogni teatro operativo, incluso lo spazio: nessuna norma esclude l’orbita dal diritto dei conflitti armati, e uno Stato che vi conduca operazioni militari nell’ambito di un conflitto resta soggetto agli stessi obblighi che valgono a terra, in mare e in cielo. Il problema non è dunque di principio, ma di applicazione, e l’applicazione incontra nello spazio difficoltà che non hanno equivalenti altrove. Il principio di distinzione impone di separare gli obiettivi militari dai beni civili protetti, ma satelliti militari e civili orbitano nello stesso ambiente, usano spesso le stesse tecnologie e sono in molti casi gestiti dagli stessi operatori privati: un satellite commerciale che fornisce connettività alle forze armate di uno Stato belligerante è un obiettivo legittimo o un bene civile da proteggere? Il caso Starlink ha reso la domanda tutt’altro che teorica, perché la stessa costellazione che serviva le forze ucraine forniva connettività a milioni di utenti civili in decine di paesi, e la prassi degli Stati non ha ancora consolidato una risposta. Il principio di proporzionalità, che vieta attacchi i cui danni collaterali eccedano il vantaggio militare atteso, dovrebbe in teoria offrire uno strumento per giudicare test come quello cinese del 2007 o quello russo del 2021. Ma proprio qui il vuoto si rivela più profondo di quanto sembri, perché il diritto internazionale umanitario si applica soltanto in presenza di un conflitto armato, e né la Cina nel 2007 né la Russia nel 2021 stavano conducendo ostilità quando distrussero i propri satelliti: erano prove d’arma in tempo di pace, e il principio di proporzionalità non ha semplicemente nulla da dire su di esse, non perché sia stato applicato con indulgenza, ma perché non si applica affatto. Ciò che resta, per governare quei test, è al più il dovere di due regard verso le attività altrui imposto dall’articolo nono del Trattato del 1967, una clausola generica che nessuno Stato ha mai visto invocata con conseguenze concrete. Il diritto umanitario, in altre parole, aspetta un’ipotesi peggiore di quelle già avvenute, un attacco antisatellite condotto durante un conflitto in corso, per avere finalmente qualcosa da dire.
Un manuale senza vincolo
Il vuoto non è passato inosservato alla comunità accademica. Il Woomera Manual on the International Law of Military Space Operations, avviato nel 2018 da un consorzio di quattro università, Adelaide, Nebraska, Exeter e New South Wales-Canberra, con oltre cinquanta fra esperti e ricercatori coinvolti, e pubblicato da Oxford University Press nel 2024, si propone di fare per il diritto militare spaziale ciò che il Manuale di Tallinn ha fatto per il diritto del ciberspazio: raccogliere le norme esistenti, mapparne l’applicabilità alle operazioni spaziali, segnalarne le lacune. Il Manuale non ha alcun valore vincolante, è un documento accademico e non un trattato, ma il suo stesso processo di elaborazione ha reso visibili i punti di massima tensione, la definizione di obiettivo militare in orbita, la legittimità degli attacchi informatici ai segmenti di terra, il regime dei detriti come danno collaterale, lo statuto dei sistemi a doppio uso civile e militare. Su ciascuno di questi punti gli esperti che lo hanno redatto registrano disaccordi che rispecchiano, più che risolverli, i disaccordi fra gli Stati stessi.
Il debris come problema giuridico
Alla questione bellica si affianca un problema di natura diversa ma altrettanto urgente, la sostenibilità dell’ambiente orbitale. Nel 1978 il fisico Donald Kessler descrisse, insieme a Burton Cour-Palais, uno scenario in cui la densità di oggetti in orbita bassa supera una soglia critica oltre la quale le collisioni generano nuovi detriti a cascata, rendendo intere fasce orbitali inutilizzabili per generazioni. Quella soglia, allora teorica, oggi non lo è più: le stime dell’ESA e della NASA collocano alcune fasce dell’orbita bassa in prossimità del punto critico, e senza rimozione attiva dei detriti la traiettoria non si invertirà, indipendentemente da nuovi lanci o nuovi test. Il problema dei detriti è giuridico prima ancora che tecnico, perché la Convenzione sulla responsabilità internazionale del 1972 stabilisce la responsabilità assoluta dello Stato di lancio per i danni causati sulla superficie terrestre e la responsabilità per colpa per quelli causati nello spazio, ma un frammento generato da un test condotto anni prima non si lascia ricondurre a nessuna delle due categorie con la certezza causale che l’attribuzione della responsabilità richiede: la Convenzione, scritta quando i detriti non erano ancora percepiti come problema sistemico, non è stata pensata per governarli. Le linee guida per la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali, adottate dal COPUOS nel 2019 dopo anni di negoziato, ventuno raccomandazioni volontarie su pianificazione delle missioni, riduzione dei detriti, condivisione delle informazioni, hanno dovuto acquistare il consenso degli Stati al prezzo di escludere ogni riferimento alle applicazioni militari, e il risultato è un documento che ignora sistematicamente la principale fonte di detriti presente e futura, i test antisatellite.
Conclusioni
La militarizzazione dello spazio pone al diritto internazionale una sfida di un’urgenza particolare, perché le capacità di attacco sono già operative e già impiegate, e di una difficoltà che nessun altro teatro di guerra conosce allo stesso grado, perché la natura fisica dell’ambiente orbitale rende i danni collaterali indiscriminati e irreversibili nel tempo. Un missile che abbatte un satellite non elimina soltanto un bersaglio, altera per decenni la fascia orbitale in cui l’ha colpito, danneggiando belligeranti e neutrali, Stati e privati, militari e civili senza distinzione. Le proposte che circolano nel dibattito diplomatico faticano a farsi carico di questa portata: Russia e Cina hanno proposto fin dal 2008, e aggiornato nel 2014, un trattato che vieta il collocamento di armi in orbita e l’uso della forza contro oggetti spaziali altrui, il PPWT, ma che lascia fuori proprio i test come quelli discussi in queste pagine, condotti da terra contro un satellite proprio. Gli Stati Uniti lo hanno fin ora respinto, definendolo privo di un meccanismo di verifica affidabile, mentre l’Unione europea ha promosso un codice di condotta volontario che non ha mai raccolto consenso sufficiente per l’adozione. Resta, come approccio più realistico nel breve periodo, la via seguita dal Manuale di Woomera, chiarire come le norme già vigenti si applicano allo spazio invece di negoziarne di nuove, un approccio che però lascia intatte le lacune strutturali che nessuna interpretazione può colmare da sola. Il paradosso di fondo è lo stesso che percorre ogni tentativo di governare un bene insieme prezioso e condiviso: lo spazio è diventato troppo rilevante per la sicurezza degli Stati perché questi rinuncino alla libertà d’azione al suo interno, e al tempo stesso troppo condiviso e troppo vulnerabile perché quella libertà resti priva di un argine comune. Il Trattato del 1967 risolse il paradosso nella Guerra Fredda ancorandolo all’interesse convergente di due sole superpotenze a preservare lo spazio come canale di comunicazione strategica reciproca; un mondo con più attori, più interessi divergenti e più capacità di offesa non dispone più di quel minimo comune denominatore, e il diritto, che per sua natura si muove più lentamente dei fenomeni che dovrebbe governare, insegue oggi una realtà orbitale che cambia più in fretta di quanto i negoziati sappiano tenere il passo.
BIBLIOGRAFIA
Beard, Jack – Stephens, Dale (a cura di), The Woomera Manual on the International Law of Military Space Operations, Oxford, Oxford University Press, 2024.
Bowen, Bleddyn E., War in Space. Strategy, Spacepower, Geopolitics, Edinburgh, Edinburgh University Press, 2020.
Deudney, Daniel, Dark Skies. Space Expansionism, Planetary Geopolitics, and the Ends of Humanity, Oxford, Oxford University Press, 2020.
Hobe, Stephan – Schmidt-Tedd, Bernhard – Schrogl, Kai-Uwe (a cura di), Cologne Commentary on Space Law, voll. I–III, Colonia, Carl Heymanns Verlag, 2009–2015.
Moltz, James Clay, The Politics of Space Security. Strategic Restraint and the Pursuit of National Interests, 3ª ed., Stanford, Stanford University Press, 2019.
Schmitt, Michael N. (a cura di), Tallinn Manual 2.0 on the International Law Applicable to Cyber Operations, Cambridge, Cambridge University Press, 2017.
Shaw, Malcolm N., International Law, 9ª ed., Cambridge, Cambridge University Press, 2021.
von der Dunk, Frans – Tronchetti, Fabio (a cura di), Handbook of Space Law, Cheltenham, Edward Elgar, 2015, cap. XIV.
SITOGRAFIA
NASA, “NASA Administrator Statement on Russian ASAT Test” (15 novembre 2021)
Secure World Foundation, Global Counterspace Capabilities Report 2024
Council of the European Union, “Russian cyber operations against Ukraine: Declaration by the High Representative on behalf of the European Union” (10 maggio 2022)
ICRC, “International Humanitarian Law and the Challenges of Contemporary Armed Conflicts”
Woomera Manual on the International Law of Military Space Operations, sito ufficiale
Kessler, Donald J. – Cour-Palais, Burton G., “Collision Frequency of Artificial Satellites: The Creation of a Debris Belt”, Journal of Geophysical Research, vol. 83, 1978
UNOOSA, Guidelines for the Long-term Sustainability of Outer Space Activities
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