Obsolescenza del nucleare: limiti e superamento della deterrenza atomica

Rappresentazione di Cyberwar e Armi Cinetiche nello Spazio

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Punti chiave:

  • Le problematiche connesse rispetto al nucleare
  • La fine dell’Equilibrio del Terrore?
  • Il Cyber come nuova frontiera della deterrenza
  • I danni che possono causare attacchi cybernetici in campo civile e militare
  • Il bombardamento cinetico spaziale

Deterrenza nucleare: la fine della pax atomica?

Si è discusso in precedenza del concetto di Pax Atomica, ovvero del ruolo che la paura delle armi nucleari, l’equilibrio del terrore, ha avuto nel mantenimento della pace globale, intesa come mancanza di confronto diretto e armato tra le Grandi potenze. Questo, tenendo conto che in termini operativi, cioè di utilizzo sul campo di battaglia, le armi nucleari portano con se talmente tanti problemi da essere sostanzialmente inutilizzabili. Anche volendo eliminare le considerazioni etiche, resta il fatto che il danno ambientale e collaterale prodotto dal fallout è così grande, e difficilmente circoscrivibile, che in pratica è difficile isolare un bersaglio sufficientemente pagante da giustificare l’impiego di un arma nucleare in contesto tattico. Allo stesso modo, pensare di poter distruggere completamente un pericolo a distanza restando al riparo dalle conseguenze, è una pia illusione, sia perché è impossibile prevedere tutti gli scenari possibili, sia perché si produce in ogni caso un inevitabile effetto domino. Questo è un principio che è molto chiaro ai decisori militari, ma che per ovvie ragioni non viene espresso chiaramente nelle dottrine di impiego degli stati facenti parte del club nucleare. Un indizio di questo ci viene dato, per esempio nel “Multiple Futures Project”, il grande progetto di studio lanciato dalla NATO nel 2009, che cercava di definire gli scenari e le sfide future, fino all’anno 2030. Soltanto uno degli scenari proposti prevedeva specificamente l’utilizzo, da parte di competitors dell’alleanza o gruppi terroristici, di armi di distruzione di massa: in tutti quanti però era evidenziato come la destabilizzazione di uno stato avesse ripercussioni a catena simili alle tessere di un domino, che potevano arrivare facilmente a mettere in crisi la solidità e la stabilità dei paesi alleati. È superfluo dire quanto un’esplosione nucleare possa profondamente rispecchiarsi nella definizione di “agente di destabilizzazione”, nella sua doppia natura di disastro ecologico e strumento di uccisione di massa. A fronte di questo, gli arsenali nucleari richiedono una spesa continua e costante, perché è necessario revisionare e sostituire gli elementi che compongono le bombe, a seconda della tecnologia che impiegano. Se infatti il nucleo di Uranio arricchito 235, quello altamente radioattivo che si utilizzava per i primi ordigni nucleari, ha un tempo di decadimento che è stimato in centinaia di milioni di anni, il Plutonio 239 decadendo, si trasforma in Americio (Am95), che in concentrazioni significative emette radiazioni gamma che possono alterare gli altri elementi e danneggiare la componentistica interna degli ordigni. Stesso problema con alcuni elementi utilizzati per potenziare la fissione: il Trizio (H3), ad esempio, decade dopo appena 12 anni, e deve essere rimpiazzato. Dunque, le armi nucleari rappresentano un sistema d’arma imperfetto, né più ne meno di quello che furono i gas asfissianti e vescicanti durante la Prima Guerra Mondiale. Tuttavia, proprio perché sono così distruttive e difficili da controllare, hanno rappresentato un formidabile strumento strategico nelle mani delle potenze che le possedevano. Tuttavia, i progressi scientifici degli ultimi anni nel campo cyber e rispetto alla esplorazione spaziale, sembrano giustificare l’ipotesi che le armi nucleari, da pinnacolo assoluto del settore armamenti e strumento di terrore, stiano in realtà diventando progressivamente obsolete. Resta da capire se questa obsolescenza del nucleare sarà la liberazione dall’incubo della distruzione globale, o la porta per nuovi orrori.

I cyberattacchi come deterrenza

Il cyber ha avuto uno sviluppo drammaticamente rapido in questi ultimi anni, che è andato di pari passo con i progressi nel campo delle i.a e con l’evoluzione dei software di calcolo e analisi dei dati. Quella della sicurezza informatica è un settore che ha destato grandi preoccupazioni praticamente fin da quando è nato internet, è che è stato efficacemente recepito tanto dalla letteratura che dalla cinematografia. La produzione che più di tutte incarna questa paura latente è evidentemente il film del 1983 “Wargames” diretto da Jhon Badham, in cui si presuppone proprio uno scenario di questo tipo: un giovane genio dell’informatica buca la rete di sicurezza dell’USSC e, tramite il controllo dei loro computer, rischia di scatenare la Guerra Atomica. In realtà, non sarebbe esattamente così facile, perché i sistemi di trasmissione degli ordini non sono così immediati, così come non è automaticamente garantito che gli ordini siano eseguiti alla lettera. Fa parte dei principi fondamentali dell’autonomia del comando, e per chi è stanziato in postazioni “sensibili” è una garanzia necessaria proprio per evitare incidenti pericolosi. A maggior ragione, l’architettura di sicurezza costruita attorno all’utilizzo delle armi nucleari, dal sistema del doppio controllo dei codici fino alle due chiavi da attivare contemporaneamente, ha sempre reso piuttosto improbabile lo scenario dell’incidente nucleare come conseguenza di un attacco informatico. Tuttavia, le insidie di un attacco cyber sono decisamente più grandi delle rappresentazioni semplicistiche che dava hollywood, e man mano che la tecnologia permea ogni aspetto della società e i sistemi vengono automatizzati, risulta sempre più pericoloso. Non è esagerato sostenere che, a seconda di cosa viene colpito, un attacco cybernetico possa avere effetti distruttivi paragonabili a quelli di utilizzo limitato di armi nucleari, evitando però le conseguenze ambientali che rendono l’utilizzo dell’atomo “indesiderabile” in ottica bellica. Se nel “Multiple Futures Project” del 2009 c’era un solo caso che contemplava l’utilizzo delle armi di distruzione di massa, nella relazione “European Defence Projects of Common Interest” del gennaio 2026, l’arma atomica non è nemmeno menzionata, mentre invece ci sono sezioni apposite dedicate alla difesa spaziale e cyber. Questo riflette, evidentemente, la presa di coscienza del fatto che l’eventualità di essere oggetto di un attacco informatico su vasta scala è più probabile rispetto allo scenario immaginato dalla NATO, 17 anni prima, e che le possibili conseguenze sarebbero sostanzialmente paragonabili. Oggi i sistemi non sono solo informatizzati, ma spesso sono anche automatizzati: immaginiamo cosa potrebbe succedere se venissero aperte simultaneamente tutte le dighe, bloccato il traffico di tutti i sistemi ferroviari e automobilistici o rimosso l’accesso al sistema bancario. Se ragioniamo da un punto di vista squisitamente militare, a mio giudizio ci sono 3 principali casi in cui l’analogia risulta veritiera: sistemi di guida, osservazione e comunicazioni e distruption della logistica.

Cyberattacchi militari: sistemi di guida

Come ogni altro aspetto della nostra vita, oggi anche le armi sono sempre più tecnologiche. In particolare in occidente, dove il privato domina il mercato, l’enfasi per l’innovazione tipica dell’economia si è riversata senza filtri anche nel campo della produzione di armi. Spostare il focus sulle qualità ingegneristiche, piuttosto che sulla funzione omicida, è un meccanismo di accettazione sociale della guerra che già Gaston Bouthoul evidenziava nel suo trattato sulla polemologia del 1946, e la tendenza non si è mai davvero invertita. Oggi i principali sistemi di arma di grandi dimensioni agiscono grazie a sistemi di guida e puntamento, spesso con interfacciamento satellitare, oppure con controllo remoto a distanza, e sono fortemente vulnerabili all’azione di disturbatori elettronici, o all’hackeraggio informatico. C’è poi anche la problematica legata alla diffusione delle COTS (Commercial Off the Shelves Tecnologies) ovvero la possibilità che un elemento della filiera, che è aperta e commercializzata, sia compromesso, diventando poi un rischio per l’intero prodotto finito. La capacità di interferire con i sistemi di guida e controllo può risultare nella neutralizzazione di strumenti di attacco, la perforazione delle reti di difesa, o nei casi peggiori, nel fuoco amico indotto. Non a caso, dopo i primi anni di guerra, i droni utilizzati in Ucraina si sono dotati di sistemi di bobine di cavo in fibra ottica che consentono di evitare il jamming e lo scrambling tramite onde radio. L’utilizzo è cresciuto così tanto che oggi intere regioni del fronte sono coperte da dense reti di cavi in fibra ottica.

Cyberattacchi militari: sistemi di osservazione e comunicazione

La gestione e la corretta interpretazione del flusso di comunicazioni sul campo di battaglia è uno dei compiti più importanti del comandante. Già nel 1954 il colonnello dello U.S. Army S.L.A. Marshall, uno dei principali teorici militari americani, aveva speso un intero capitolo del suo opus magnus per descrivere e sottolineare l’importanza della comprensione, comunicazione e gestione delle informazioni. Questo perché, come viene brillantemente sintetizzato, di fronte alle armi moderne il fronte di combattimento è naturalmente frammentato, mimetizzato e disperso. Parafrasando Sun Tzu, nella sua forma basilare la tattica è conoscere bene le proprie forze e quelle nemiche, in modo tale da sapere come reagire alle mosse del nemico, e impostare al meglio le proprie offensive. Questo è stato dimostrato dalle innumerevoli battaglie che sono state vinte da un attacco a sorpresa da un fianco inaspettato, da movimenti di truppe nascosti, o banalmente da stratagemmi per ingannare le valutazioni del nemico. Oggi l’optimum rispetto ad un sistema di comunicazioni militari ben costruito è un centro di comando che, attraverso la ricognizione continua di droni, raccoglie informazioni in tempo reale rispetto alla posizione nemica, e incrocia questi dati con quelli che arrivano dalla copertura satellitare. L’invenzione e la messa in orbita di costellazioni di satelliti maneggevoli, come quelli che costituiscono la rete Starlink, consente di essere posizionati con minimo sforzo su delle zone di particolare rilevanza, e di raccogliere dati precisi con cui reagire quasi in tempo reale sul campo, e guidare con maggiore accuratezza i sistemi di arma. Hackerare o disturbare questi sistemi di comunicazione può equivalere ad accecare il comandante che vi fa affidamento; prenderne il controllo, magari con un modello I.A. che altera in tempo reale i dati visionati, si traduce nell’avere il dominio sull’iniziativa nemica. Allo stesso modo, intercettare l’interscambio di informazioni tra la linea del fronte e i centri di comando può, potenzialmente, eliminare completamente la capacità di combattere di un reparto, o addirittura rivolgerla contro il suo stesso esercito. Tradizionalmente, infatti, le comunicazioni avvenivano tramite frequenza radio ed erano in codice, ed erano sottoposte ad un sistema di verifica e identificazione ridondante, proprio per rendere idealmente impossibile un’ operazione di sabotaggio di questo tipo. Oggi, la tecnologia di decriptazione quantistica può potenzialmente rompere una crittografia non quantum con estrema facilità, e esistono modelli I.A. che alterano la voce in tempo reale e con risultati credibili.

Cyberattacchi militari: la distruption della logistica.

Con l’espansione dell’economia, il mondo della logistica è diventato enormemente più complicato, sia per quello che riguarda le quantità di materiali che viaggiano costantemente sulla rete delle spedizioni, sia per le tempistiche sempre più serrate. La fragilità che il nostro sistema ha rispetto ad interruzioni della logistica è sotto gli occhi di tutti: il blocco di Suez dopo l’incidente della nave evergreen del 2021, bottleneck dell’import export con la crisi pandemica, la crisi della supply chain dopo l’inizio della guerra in Ucraina e, più recentemente, il blocco dello stretto di Hormuz nella guerra tra Iran e USA. Nella ricerca di metodologie e protocolli con cui abbattere i costi, il sistema è diventato sempre più sofisticato, e conseguentemente più suscettibile rispetto a sconvolgimenti, incidenti e rallentamenti. Concentrandosi sull’aspetto militare, la guerra in Ucraina ha mostrato che, in presenza di un conflitto simmetrico, sono necessari rifornimenti continui e su scala industriale. L’unico mezzo in grado di garantirli è una rete logistica “vecchio” stampo che integra trasporto ferroviario e convogli su ruota. Tuttavia, nella maggior parte dell’Europa Occidentale e negli Stati Uniti, il trasporto ferroviario opera su linee poco vascolarizzate, e con la tendenza a preferire sistemi informatici rispetto a personale umano. Dunque, di nuovo, è sufficiente attaccare il il lato digitale per paralizzare la capacità di viaggio delle merci su rotaia; cosa che è ad esempio avvenuta nel 2022, quando un attacco informatico ha completamente paralizzato le ferrovie danesi. Non a caso, il tema è al centro dell’attenzione delle politiche di sicurezza europee: il 6 giugno del 2025 è stato adottato il cyber blueprint, il protocollo ufficiale europeo rispetto alle minacce della cybersicurezza, mentre l’11 e 12 giugno del 2026 si è tenuta la prima esercitazione generale del protocollo, che ha visto la partecipazione di oltre 5000 esperti.

La deterrenza orbitale, il bombardamento cinetico spazio-terra

Oltre al Cyber, c’è un altro settore che potrebbe diventare, nel giro di pochi anni, un campo in cui si esercita l’egemonia e la deterrenza è quello delle orbite. Questo è vero per quello che riguarda il controllo dei dati e la presenza satellitare, ma anche per un aspetto più prosaico: la messa in orbita di sistemi di bombardamento spazio-terra. Quando cominciò la corsa allo spazio, Unione Sovietica e Stati Uniti si resero conto del fatto che la presenza di armi nucleari in orbita poteva rappresentare un elemento di destabilizzazione rispetto al congelamento della Guerra Fredda, nonché un potenziale pericolo ambientale a livello globale. Sia nel Trattato di Non Proliferazione del 1968-1970, sia nell’Outer Space Treaty (articolo IV) ci sono sezioni specifiche che riguardano proprio la messa al bando delle armi nucleari nello spazio. Tuttavia, con i progressi nella comprensione delle interazioni della fisica tra spazio e atmosfera, e soprattutto con quelli dei sistemi di lancio, ci si accorse che era teoricamente possibile costruire sistemi di bombardamento orbitale di potenza paragonabile alle armi nucleari, ma basati su nulla di più che il principio del moto accelerato e le leggi della caduta libera. Si tratta dello stesso principio che è alla base delle armi ipersoniche, che ultimamente stanno venendo lanciate senza testate cariche di esplosivo, perché la sola onda d’urto prodotta dall’oggetto è in grado di produrre effetti distruttivi paragonabili a quelli del payload esplosivo che potrebbe trasportare. Si tratta di principi che erano stati teorizzati già nel 2002 in un paper di ricerca pubblicato dalla RAND corporation dal titolo: “Space Weapons, Earth Wars” ma che all’epoca venivano considerati relativamente poco appetibili poiché le difficoltà e i costi le rendevano sostanzialmente paragonabili ad ICBM. Un punto debole dell’analisi è che questa si concentrava principalmente sull’utilizzo per attacchi di precisione su obiettivi militari, secondo quelle che sono le dottrine in ormai introiettate per la guerra asimmetrica, che all’epoca si pensava sarebbe stato lo scenario più probabile in una qualsiasi guerra futura. In altre parole, satelliti per il bombardamento cinetico erano pensati come alternative alle bombe a guida laser, piuttosto che alle atomiche. Oggi, che l’accesso allo spazio sta diventando meno costoso, che disponiamo di sistemi di mappatura enormemente più sofisticati e precisi rispetto a quelli del 2002, e che abbiamo il calcolo matematico i.a. probabilmente queste armi saranno realizzate di qui a pochi anni. A riprova di ciò, ci sono studi applicativi sulle interazioni tra le armi cinetiche e lo spazio, anche se per ora principalmente in ottica anti-satellite. Senza considerare che, nella prossima fase di sviluppo della colonizzazione spaziale, l’ipotesi del bombardamento cinetico potrebbe diventare credibile anche attraverso la “cattura” di asteroidi inerti di una certa dimensione, da usare come bombe planetarie. Matematicamente parlando, si tratterebbe di un compito molto complesso, poiché sono necessari alcuni chilometri di diametro per potere produrre danni sostanziali sulla Terra senza essere distrutti in atmosfera, ma tutt’altro che impossibile. Ipotizzando un futuro in cui l’accesso allo spazio sarà disponibile non solo agli stati, ma ad una pluralità di soggetti privati, questa la direzione in cui si sta andando, questo costringerebbe a ridisegnare completamente le nostre concezioni in termini di sicurezza.

Conclusioni

Il nucleare è uno strumento di deterrenza obsoleto? Non possiamo ancora dare una risposta certa a questa domanda. Sicuramente però possiamo considerare come alcuni campi, nominalmente il cyber e la presenza spaziale nelle orbite, si stiano rapidamente configurando come strumenti alternativi di deterrenza. Resta però da capire se saranno effettivamente strumenti che scoraggeranno il confronto militare tra le Grandi Potenze, come hanno fatto le bombe atomiche, o se piuttosto daranno il via libera alla risoluzione armata dei conflitti. Privi degli inconvenienti ambientali del nucleare, questi strumenti sono militarmente più efficienti, e pertanto, riprendendo l’enunciato fatto nel paragrafo di apertura, strategicamente meno efficaci. Il fatto che possano essere utilizzati in guerra, senza che questo renda le motivazioni “di guadagno” della guerra non valide, potrebbe configurarle più come superarmi, che come strumenti di deterrenza. Oppure, la diffusione di queste modalità di attacco, potrebbe rendere i costi di una guerra convenzionale così stratosfericamente alti, dal punto di vista dell’impegno politico, economico e umano, da far preferire altre metodologie di risoluzione delle dispute. L’unica cosa certa, è che siamo sulla soglia di un cambiamento che metterà in discussione, se non lo ha già fatto, i paradigmi del XX° secolo che consideravamo inamovibili.

BIBLIOGRAFIA

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