Agosto 2026 -Contenuti
- Editoriale – Break Even Point oppure punto di non ritorno?
- Missili a combustione nucleare: una tecnologia che potrebbe cambiare tutto.
- La FCC autorizza il primo specchio orbitale di Reflect Orbital
- Se l’AI trova le falle, quanto può durare la sicurezza post-quantistica?
- Uno Sguardo sul futuro – Beyond Exploration Expo – Rimini 2026
- Focus Point – Le letture fondamentali di Spazio e Potere- Io Robot di Isaac Asimov.
Editoriale – Break Even Point oppure punto di non ritorno?
In economia, con l’espressione Break Even Point, si intende il momento in cui, dopo mesi di andamento oscillante o sottotono, un idea di business finalmente si afferma ed “esplode” cominciando a generare rendita in maniera stabile, oppure a crescere in maniera esponenziale.
Oggi, proprio in questo periodo, ci troviamo in una fase che potrebbe essere un Break Even Point nella storia umana, oppure un punto di non ritorno. Nelle oscillazioni dell’ago di questa bilancia, c’è il germe della realizzazione che il mondo cambia: la fine delle illusioni che hanno caratterizzato la seconda metà del ‘900, la morte della retorica manichea e semplicistica e, per qualcuno, la realizzazione che forse non esistono “parti giuste” con cui stare.
I punti di tensione geopolitica si surriscaldano, mentre la Guerra di Hormuz si riapre, e minaccia rapidamente di espandersi, coinvolgendo direttamente alcune delle petrol-monarchie del golfo e spostando il baricentro del conflitto verso il Mar Rosso e minacciando una doppia chiusura per i canali della supply chain. Con Homuz Bloccato, e Suez sotto minaccia costante, il traffico commerciale del Mediterraneo è sempre più a rischio, e conseguentemente lo sono i paesi che dai porti mediterranei dipendono, come l’Italia o la Turchia. Se la situazione dovesse degenerare ulteriormente, è possibile, ma più probabilmente probabile che questi paesi si troveranno ad essere costretti ad un intervento militare all’interno del conflitto.
Alcune tecnologie avanzano a passi da gigante, talmente grandi da farci realizzare che perfino chi queste tecnologie le persegue e inventa, forse non ne ha la piena comprensione: la computazione quantistica ha cambiato, con una semplice pressione sul tasto di avvio, completamente il concetto di sicurezza nazionale; la miniaturizzazione dei reattori nucleari di nuova generazione apre a possibilità che fino a prima erano impensabili, ma lascia forti interrogativi su quali possano essere le conseguenze di una proliferazione di una tecnologia che, a conti fatti, è ancora estremamente pericolosa; Space X, la RPC stanno dimostrando che è possibile recuperare i vettori di lancio per i mezzi spaziali, mentre la Russia si prepara a ridefinire completamente il settore con la propulsione a combustibile atomico.
In tutto questo, non cambia solo il clima geopolitico, ma anche quello atmosferico: le fiamme della guerra e quelle della conoscenza, fanno purtroppo da riflesso a quelle delle foreste europee che bruciano. Con la quarta estate di fila dove le temperature superano i 30° già a Giugno, continuare a negare l’evidenza sfocia nel dogmatismo, più che nello scetticismo. Non è pensabile di trovare soluzioni magiche a questo, che risolvano il problema dall’oggi al domani, ne si può continuare a credere che qualche motore a scoppio di meno salverà il pianeta. Bisogna invece cominciare a ripensare seriamente lo stile di vita europeo: il mondo era più caldo nell’età antica, abbiamo prove scientifiche che supportano questa ipotesi. Forse dovremmo cominciare a guardare ad alcune delle soluzioni che si adottavano allora, e ripensare profondamente il nostro approccio all’urbanistica, all’edilizia e perfino alla moda.
Siamo quindi in un equilibrio tra un break even point, che lancerà l’umanità in una nuova era dell’oro, e un punto di non ritorno. Pace e negoziazioni oppure guerra totale; progresso tecnologico oppure distopia; adattamento oppure sofferenza. L’ago della bilancia oscilla, ma affinché la linea di confine non sia sottile, ma invece ampia e sicura, è necessario che la presa di coscienza sia collettiva, e non limitata alle stanze decisionali, che talvolta paiono chiuse in una loro bolla percettiva.
Missili a combustione nucleare: una tecnologia che potrebbe cambiare tutto
Quella dei missili a combustibile nucleare non è una tecnologia nuova, ne un’idea originale dei Russi. Tra gli anni ’50 – ’60 gli USA avevano infatti aperto un progetto di ricerca, nome in codice Pluto, che era finalizzato a costruire vettori di questo tipo. Il principio di funzionamento è piuttosto semplice: sostanzialmente si tratta di un missile che incorpora una turbina, simile a quella di un jet figther, e lo alimenta tramite un piccolo motore nucleare.
La tecnologia venne giudicata non particolarmente funzionale, sia perché produce inquinamento radioattivo lungo il suo tragitto, sia perché tutto sommato non generava vantaggi militari significativi rispetto ad un tradizionale ICBM alimentato a combustibile chimico, ne per quello che riguardava il peso e le dimensioni del vettore, ne sul fronte dell’efficacia.

Nel 2018, i russi hanno ripreso in mano il concetto alla base di questa tecnologia, e lo hanno espanso. La Federazione Russa ha infatti acquisito, negli anni, una notevole expertise nel campo della tecnologia nucleare, fino a raggiungere un polo di eccellenza mondiale, specialmente rispetto ai reattori di nuova generazione e quelli miniaturizzati. Il risultato è stato il Burevestnik 9M730, un progetto rimasto per molto tempo fuori dai riflettori, ma che oggi, a 8 anni di distanza, sembra stare dando i risultati sperati. Grazie alle moderne tecnologie di comunicazione e alla guida satellitare di precisione, questo missile sarebbe estremamente difficile da intercettare, in quanto in grado di cambiare direzione in volo. Sostanzialmente, sarebbe una sorta di variante più letale e sofisticata di un drone kamikaze. Il condizionale è d’obbligo, perché, al di là delle dichiarazioni del Cremlino, non ci sono dati sicuri rispetto all’efficacia o alle tecnologie di questi missili.
L’attenzione dei media e dei governi si è tutta concentrata sulle applicazioni militari, una condotta giustificabile, ma tutto sommato abbastanza priva di senso: le armi nucleari rimangono uno strumento bellico che, se utilizzato, rappresenta un punto di non ritorno. Il vero dato interessante, è evidente per noi di Spazio e Potere, sta nelle implicazioni che questa tecnologia potrebbe avere rispetto all’esplorazione spaziale.
Posto che il problema dell’inquinamento radioattivo sarebbe piuttosto grave e preoccupante, nondimeno un vettore di questo tipo sembra essere in grado di superare il problema della limitatezza del carburante e, probabilmente, anche del peso. Il “nocciolo” della questione è che un reattore nucleare sarebbe utilizzabile in funzione dual use: potrebbe alimentare la /le turbine principali di un vettore di lancio, magari coadiuvato da booster a combustibile chimico, in fase di lancio, per poi operare i sistemi del mezzo anche fuori dall’atmosfera.
A questo proposito, Roscosmos è già sulla strada per testare il sistema Nuklon come alimentazione e propulsione del progetto Zeus. L’idea è utilizzare un reattore nucleare di nuova generazione, ad alte prestazioni, per emettere particelle ionizzate che, tramite una spinta ridotta ma continua, potrebbero garantire la propulsione più efficiente possibile per un mezzo spaziale.
A riprova di ciò, nel decreto presidenziale russo che andrà a finalizzare la politica spaziale federale fino al 2036, pubblicato il 2 luglio sul portale federale degli atti normativi (attualmente ancora una bozza in studio), la propulsione nucleare per i mezzi spaziali viene indicata come la tecnologia principale su cui investire risorse e sforzi di ricerca. L’obiettivo è completare il progetto Zeus, lanciando il primo velivolo per il transito spaziale stabile, in ottica di una futura base lunare.
Insomma, un futuro che molti identificano come appartenente alla fantascienza, potrebbe diventare realtà entro una decina di anni.
La FCC autorizza il primo specchio orbitale di Reflect Orbital

Il 9 luglio 2026 la Federal Communications Commission ha autorizzato Eärendil-1, il satellite dimostrativo della californiana Reflect Orbital che dispiegherà in orbita bassa uno specchio di diciotto metri per lato, capace di dirigere luce solare riflessa su punti scelti della superficie terrestre dopo il tramonto.
Quasi duemila osservazioni contrarie, depositate da astronomi, società scientifiche e ambientalisti, non hanno spostato la decisione. La Commissione non ha respinto quelle obiezioni nel merito, dichiarando di non avere titolo a esaminarle. Il suo mandato copre lo spettro e la prevenzione dei detriti, non l’inquinamento luminoso, non l’interferenza ottica sulle osservazioni, non gli effetti sui cicli biologici. Su tutto ciò che il satellite fa davvero una volta acceso, l’autorità che lo ha licenziato ammette di non essere competente, e nessun’altra agenzia statunitense rivendica quel ruolo al suo posto. Si potrebbe obiettare che la Commissione ha soltanto letto con onestà il proprio mandato, che è sullo spettro e non sul cielo, e che allargarne la competenza porrebbe problemi suoi, a partire dalla difficoltà, tutt’altro che banale, di misurare l’interferenza ottica di una costellazione con un criterio difendibile. È vero, ma l’obiezione sposta il difetto senza cancellarlo: non sta nella singola decisione, sta nel fatto che dopo di essa non c’è più nessuno.
Sul piano internazionale il quadro non migliora. Il diritto dello spazio poggia sul Trattato del 1967, che rende ogni Stato responsabile degli oggetti lanciati dal proprio territorio ma affida la licenza al solo Paese di registrazione. La clausola di responsabilità, come ricorda chi dirige DarkSky International, copre il danno fisico da collisione, non l’interferenza ottica. Un intero ordine di effetti resta così privo di qualunque foro competente. In sede ONU, COPUOS e UNOOSA lavorano per consenso unanime e per linee guida volontarie: Slovacchia e Unione Astronomica Internazionale hanno proposto a giugno un divieto generale degli specchi orbitali, ma gli stessi promotori non credono che il negoziato arrivi in tempo. Prima che quelle istituzioni concludano una discussione, i satelliti saranno già in orbita.
Davanti alla FCC, del resto, non c’è più soltanto il singolo dimostratore: pendono le richieste per la costellazione di cinquantamila specchi che l’azienda prospetta e per le mega-costellazioni di data center orbitali, fino a un milione di satelliti per la sola SpaceX. Non è che dal piccolo satellite si arrivi per forza al milione; è che lo stesso vuoto dichiarato oggi vale immutato a ogni scala, e a scala maggiore diventa irreversibile. La sovranità di un solo stato basta a mutare il cielo notturno di tutti, senza che alcun foro possa opporvisi.
Se l’AI trova le falle, quanto può durare la sicurezza post-quantistica?
La crittografia post-quantistica nasce da una necessità precisa: prepararsi a un futuro nel quale computer quantistici sufficientemente potenti potrebbero rendere vulnerabili alcuni degli algoritmi oggi alla base delle comunicazioni sicure. Ma mentre la comunità internazionale si prepara a quella minaccia, è arrivato un problema molto più immediato: quanto possiamo essere certi che gli algoritmi progettati per resistere al quantum siano davvero sicuri?
La domanda è diventata concreta alla fine di luglio, quando Claude Mythos Preview, il modello di Anthropic dedicato alla ricerca in cybersecurity, ha individuato una vulnerabilità nell’algoritmo HAWK, candidato alla standardizzazione post-quantistica del NIST.
L’analisi ha evidenziato una particolare struttura matematica che permetteva di ridurre drasticamente il costo teorico di un attacco. Il team di HAWK ha quindi deciso di ritirare volontariamente l’algoritmo dal processo di standardizzazione e il NIST lo ha successivamente classificato come withdrawn. Il condizionale è d’obbligo: non significa che Claude abbia “spezzato” la crittografia post-quantistica, né che gli algoritmi già selezionati dal NIST siano improvvisamente vulnerabili. L’attacco individuato riguarda infatti un particolare parametro di HAWK e non dimostra la possibilità di compromettere i principali standard PQC oggi in fase di implementazione. Il dato interessante è un altro: una vulnerabilità che non era stata individuata durante anni di analisi è stata trovata da un sistema di AI in poche decine di ore. Ed è qui che la vicenda diventa più importante della singola sorte di HAWK.
Per decenni la sicurezza di un algoritmo crittografico è stata valutata attraverso un processo essenzialmente umano: matematici e crittoanalisti cercano debolezze, altri ricercatori tentano di confutare i risultati e, dopo anni di analisi, un algoritmo può essere considerato sufficientemente robusto. L’introduzione di sistemi di AI capaci di esplorare autonomamente grandi spazi matematici cambia però una delle condizioni fondamentali del processo: la velocità con cui una vulnerabilità può essere cercata e trovata.
Questo non rende necessariamente gli algoritmi meno sicuri. Potrebbe, al contrario, renderli più robusti. Ma significa che la sicurezza non può più essere considerata una proprietà acquisita una volta per tutte. È una questione particolarmente importante per lo spazio. Un satellite può rimanere operativo per quindici o vent’anni, mentre un algoritmo crittografico può diventare obsoleto molto prima. Se la sicurezza di una costellazione dipende da sistemi che non possono essere facilmente aggiornati dopo il lancio, una vulnerabilità scoperta tra dieci anni non rappresenta semplicemente un problema informatico: può diventare un problema infrastrutturale.
La PQC migration, quindi, non dovrebbe essere interpretata soltanto come la sostituzione degli algoritmi vulnerabili al quantum con algoritmi “quantum-safe”. Dovrebbe includere la capacità di sostituire, aggiornare e verificare continuamente anche gli algoritmi che oggi consideriamo sicuri. La vicenda HAWK mostra proprio questo. Il vero problema non è che l’AI abbia trovato una falla nella crittografia post-quantistica. È che ci ricorda quanto sia fragile l’idea stessa di una sicurezza definitiva.
Nel settore spaziale, dove le infrastrutture devono rimanere operative per decenni, potrebbe essere questa la lezione più importante: non progettare satelliti con una crittografia semplicemente sicura al momento del lancio, ma infrastrutture capaci di rimanere sicure mentre cambia il modo in cui la sicurezza viene messa alla prova. La corsa alla PQC, quindi, potrebbe non concludersi con la scelta dell’algoritmo giusto. Potrebbe iniziare proprio da lì.
Uno Sguardo sul futuro – Beyond Exploration Expo – Rimini 2026
L’Italia è uno dei pesi che sta investendo di più per il settore della New Space Economy. Questo non è un caso, poiché si riflette nelle tradizioni storiche del paese, è un settore sostanzialmente di trasformazione e knowhow, e premia notevolmente brevetti, creatività e piccole e medie imprese ad altissimo capitale tecnologico. Data l’importanza che il settore sta avendo per la crescita italiana era inevitabile che sorgessero sempre più realtà dedicate al racconto per il pubblico della Space economy, e che fungessero da piazze di incontro per rappresentanti di ricerca, imprese e investitori.
Tra tutti questi nuovi eventi, la fiera BEX, Beyon Exploration Expo, che si terrà a Rimini dal 23 al 25 settembre, è decisamente il più promettente. Per i tre giorni della manifestazione, il polo fieristico di Rimini diventerà uno dei maggiori punti di interesse italiani per la materia, ospitando una vasta platea di esperti, figure istituzionali e stakeholder.
Focus point speciali della manifestazione saranno la scienza dei materiali, le energie rinnovabili e quelle funzionali al settore spazio e il settore agricolo, sia come utilizzo delle Earth Observation Tecnologies a sostegno delle coltivazioni, sia come agricoltura a 0G. Parteciperanno sia grandi realtà affermate che Start Up di nuova generazione italiane, in un evento di networking scandito da un programma di conferenze di alto livello.
Insomma, l’appuntamento è per il 23-24-25 settembre, al Polo Fiera di Rimini con la Beyond Exploration Expo. E’ possibile acquistare i biglietti e registrarsi sul sito ufficiale https://www.bex-expo.space/en.
Ci saremo anche noi di Spazio e Potere!
Focus Point – Le letture fondamentali di Spazio e Potere.

Io, Robot di Isaac Asimov
E’ particolarmente significativo che il primo consiglio di lettura, nella primo numero della nostra Newsletter, sia proprio il capolavoro di Isaac Asimov. Si tratta di un romanzo di fantascienza, un genere che molti considerano fanciullesco e a tratti nemmeno degno di stare sugli scaffali, ma che in più di un’occasione ha raccolto tra le più sorprendenti e fenomenali intuizioni del ‘900. prova ne è che alcuni interrogativi che venivano posti nelle opere di fantascienza, così come alcune soluzioni tecnologiche immaginate, sono diventati realtà oggi, a decenni di distanza da quando gli autori li posero su carta.
Nato nel 1920, da una famiglia di emigrati russi fuoriusciti negli anni della Rivoluzione, Asimov non era solo uno scrittore di grande talento: era un chimico per studi universitari e un astrofisico per formazione professionale. In altre parole, un uomo che aveva vissuto in prima persona l’epoca delle grandi scoperte della fisica, l’avvento del nucleare e la corsa allo Spazio. Questo, si riflette profondamente nella sua scrittura, che sebbene stilisticamente molto funzionalista, nondimeno porta in grembo delle riflessioni che escono dal campo dell’intrattenimento, per entrare invece in quello della filosofia.
Io, robot, scritto nel 1985, rappresenta infatti la genesi delle riflessioni moderne sul rapporto uomo-macchina. In un’epoca in cui i computer iniziavano a diventare più che semplici calcolatori economici, e dove internet iniziava a sembrare qualcosa di molto fattibile (il dominio World Wide Web sarebbe stato lanciato nel 1989), Asimov si pose degli interrogativi molto importanti su quello che sarebbe stato il nucleo delle relazioni tra il cervello e la società umana, e macchine così avanzate da potere essere definite pensanti.
Ciò che ne risulta è il postulato delle Tre Leggi Fondamentali della Robotica, ovvero tre principi, in scala gerarchica di priorità, alla base della programmazione informatica di qualsiasi robot.
- Principio I: un robot non può recare danno a un essere umano né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno
- Principio II: un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non vadano in contrasto alla Prima Legge.
- Principio III: Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché la salvaguardia di essa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.
Naturalmente, la maggior parte degli sviluppatori di robotica al mondo non ha letto il libro di Asimov, o se lo ha fatto, ci ha capito ben poco: personalmente, posso dire per esperienza diretta che in Italia siamo ampiamente nel primo caso.
Le Leggi sono la garanzia di sicurezza per l’uomo rispetto alle sue creazioni, ma non sono infallibili, poiché una delle limitatezze della macchina pensante, lo vediamo benissimo anche con le I.A. è la possibilità e la facilità con cui si producono glitch nel sistema. E qui sta la vera chiave filosofica del libro di Asimov: la macchina ha una capacità di calcolo spropositata, e gestisce forze primordiali con una precisione che sarebbe impossibile per un cervello umano (per altro, in uno dei racconti c’è uno specchio solare molto simile a quello di cui si parlava in precedenza). Ma è comunque costretta ad operare su forme di pensiero basilare lineari, binarie, se vogliamo. Il cervello umano è meno potente, meno efficiente, ma è in grado di costruire pensieri articolati e complessi, risolvendo i glitch della macchina muovendosi tra i pilastri delle tre leggi con l’agilità di un pilota di formula 1.
Senza raccontare troppo del libro di Asimov, mi limito a consigliare fortemente la lettura a chiunque si occupi di Robotica, Cybersecurity, Informatica quantistica, o sia particolarmente interessato al campo dell’I.A. Troveranno un libro semplice e maneggevole, che tuttavia scuoterà profondamente la loro concezione rispetto alle potenzialità umane in comparazione con la macchina.
In un epoca in cui si fanno a pezzi i libri rari nel tentativo di addestrare Modelli, credo che questo sia quantomai importante.

