Punti Chiave:
- Alle radici dell’idea imperiale Americana
- La società Americana, Pacifista o Antimilitarista?
- I vincoli costituzionali
- il Saggio e le idee di Murray Rothbard
Gli USA e la scelta di inseguire l’impero.
Gli Stati Uniti hanno scelto di farsi impero. Questa semplice affermazione suonerà probabilmente strana a molti di quelli che la leggono, poiché in realtà non siamo abituati ad accostare immediatamente la realtà americana con il concetto imperiale; al più con quello dell’imperialismo mutuato dalla formulazione marxista. Questo perché gli USA hanno nella loro stessa genesi una visione del mondo che, in qualche misura, è antitetica rispetto all’impero: bisogna ricordare che nel 1783 la maggior parte delle giustificazioni per le guerre di espansione erano legate a principi dinastici, per cui scegliere una forma statale repubblicana aveva, in questo senso, un significato profondo. C’erano poi anche altre considerazioni più pratiche, ma le vedremo in seguito. Tutto questo venne meno nella seconda metà del 1800, quando il governo americano decise che la sicurezza economica futura degli Stati Uniti, in ottica espansiva e di confronto con le altre Grandi Potenze, fosse un Casus Belli più che sufficiente per il confronto militare internazionale. C’era in questo un’idea economica fortemente positivista: in ottica di espansione continua ed infinita, eliminare competitor dai mercati americani, ma sopratutto assicurarsi l’accesso su quelli stranieri rappresentava il mezzo con cui assicurare il futuro della nazione. La ragione economica, che da sempre era negli USA più forte che negli stati del Vecchio Continente, diventava quindi la protagonista indiscussa della politica estera americana, laddove le banche di investimento e la finanza si configuravano come armi di affermazione. Il libro di Murray Rothbard “Wall Street, le Banche e La Politica Estera degli Stati Uniti”, recentemente ripubblicato da Edizioni Imprimere esplora proprio questo vincolo, attraverso il parere qualificato di uno dei più importanti economisti del ‘900.
Il tradizionale isolamento americano: una scelta di realpolitik
Come dicevamo in precedenza, fin dalla ribellione delle 13 Colonie, gli USA avevano adottato una postura tendenzialmente isolazionista, pacifista e attenta principalmente alla costruzione di reti commerciali. Dietro questa scelta c’erano degli aspetti formali, come il fatto che non potessero vantare vincoli dinastici a sostegno di progetti di espansione militare, ma anche dei limiti materiali. Gli USA, infatti, occupavano originariamente solo la costa est del paese, avevano una densità abitativa bassissima, ed erano sottoposti ad un vincolo interpretativo costituzionale che era piuttosto stringente. Il famoso II° emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti d’America, quello che regola il diritto di possedere armi, è infatti la risposta di due esigenze che caratterizzavano i primi Stati Uniti: una aliquota importante della popolazione composta da coloni in un ambiente poco antropizzato, e il fatto che non era stata prevista la creazione di un esercito permanente. Nell’articolo si fa infatti riferimento ad una milizia, potrebbe sembrare un dettaglio, ma in una legge il linguaggio è fondamentale e quasi mai casuale: non un esercito in forma permanente, ma qualcosa di più difensivo, se vogliamo “di scopo” e che richiama al volontariato. Oggi siamo abituati a percepire gli USA come uno stato nazione monolitico, ma in realtà l’equilibrio di potere tra gli Stati e il governo federale è stato storicamente alternante a seconda della fase storica: fino alla Guerra di Secessione, la maggior parte del peso militare americano era rappresentato dalle varie Guardie Nazionali degli Stati. A questo si aggiungeva che il primo e unico tentativo pre-Secessione di confronto militare con le grandi potenze, la guerra anglo americana del 1812, si era risolta in un disastro umiliante. La spedizione navale contro Algeri del 1815 era andata meglio e aveva risollevato lo spirito nazionale, ma la marina americana non era in grado di entrare in competizione con nessuna delle potenze marinare contemporanee: nel 1815 contava 17 fregate e 3 vascelli, tutte di nuova concezione, la marina britannica, nello stesso periodo, aveva in acqua 214 vascelli, anche se legni più antiquati. La dottrina Monroe del 1823 arrivava quindi sia come progetto politico, che come realizzazione di uno stato di impossibilità di proiezione militare.
L’antimilitarismo come identità culturale
Spesso si tende ad affermare che la società americana abbia una natura sostanzialmente pacifista, ma questa è un affermazione insostenibile. Fin dalla genesi dei primi insediamenti, l’ideologia coloniale degli inglesi portava inscritta nel suo DNA culturale l’idea del conflitto con i nativi, che erano ostacoli verso la costruzione della nuova terra promessa delle “città sulla collina”. Le cose non erano cambiate con la nascita del governo federale, e nella penetrazione verso ovest dei coloni la vita di frontiera era segnata dalla violenza, esattamente come lo era quella delle comunità immigrate nelle città lungo la costa. Quello che invece esiste, ed è stato più volte rilevato nel corso della storia americana, era un sentimento latente di antimilitarismo che attraversava trasversalmente la società. Il sentimento religioso calvinista ed evangelico, quello più diffuso nei WASP, vedeva nel successo lavorativo la conferma del favore divino, cosa che aveva favorito l’affermazione del capitalismo come modello sociale legittimato dalla popolazione. Il culto della proprietà privata e l’idea che, attraverso il duro lavoro e una vita morigerata, si potessero raggiungere ricchezza e benessere. Non era proprio così: ci furono pochissimi uomini che partirono davvero da zero, e divennero milionari; nonostante questo, bisogna riconoscere che i cittadini USA avevano mediamente più diritti politici delle loro controparti europee, e godevano di maggiore benessere materiale. Ad ogni buon conto, questo favorì l’affermazione di un pensiero individualista che, evidentemente, era contrario a quel sentimento di sacrificio della vita per la collettività che è alla base della vita militare. Più che nei cannoni della flotta, o le baionette dell’esercito federale, la forza degli Stati Uniti stava nella loro capacità economica e commerciale, nel semi monopolio della produzione di cotone, di legname duro e della carne in scatola. A riprova di ciò, non solo gli USA avevano optato per una “milizia” nella loro fondazione, ma quando scoppiò la Guerra di Secessione, entrambe le parti non avevano praticamente forze sul piede di guerra sufficienti a condurre grandi operazioni. Tutto questo, naturalmente sarebbe presto cambiato.
La svolta nella politica estera americana
Le grandi guerre sono sempre eventi che provocano profondi cambiamenti sociali, e in questo la Guerra di Secessione Americana non fa eccezione. Verso gli anni ’40 del 1800, negli USA erano cominciate ad emergere tendenze imperialiste, che interpretavano la dottrina Monroe come un invito ad estendere l’egemonia statunitense su tutto il continente. Questi movimenti erano tuttavia fortemente ostacolati dai caratteri sociali che abbiamo analizzato in precedenza, e curiosamente, anche da un elemento decisamente imperscrutabile: il razzismo. Quando nel 1846-48 gli USA combatterono, e vinsero, la guerra contro il Messico, avrebbero probabilmente avuto i mezzi per aumentare la loro base militare e annettere l’intero paese. Non lo fecero soprattutto perché, nei salotti del potere, si era inorriditi dalla prospettiva di far entrare nei confini nazionali 6,8 milioni di ispanici. Con la Guerra di Secessione, negli USA il principio della predominanza del Governo Federale sugli Stati venne rafforzato definitivamente (almeno fino ad oggi), e il complesso militare necessario a combattere la guerra, sapientemente riadattato, forniva infine la possibilità di sfogare gli istinti imperialisti che da anni covavano. L’esercito federale fu impiegato per dare la spinta definitiva alla colonizzazione del West, chiudendo le Guerre Indiane, e affermare la posizione internazionale degli USA. Prima della Guerra di Secessione, sarebbe stato impensabile un confronto militare diretto tra gli USA e una potenza europea, ma dopo divenne la base della politica estera americana. Si trattava però comunque di guerre che voleva un élite politica e che avevano poca o nessuna legittimità tra la popolazione, che aveva a malapena capito il senso di “Uncle Sam”, e ora faticava a comprendere la nuova icona dell’America imperiale, “Miss Columbia”. Alla politica serviva una terza colonna disposta a finanziare e promuovere il sogno di un America prima tra le Grandi Potenze, e la trovò in alcuni influenti uomini d’affari di Wall Street.
“Non abbiamo mai pensato di incorporare nella nostra Unione altro che la razza caucasica, la libera razza bianca. Incorporare il Messico sarebbe il primo caso di incorporazione di una razza indiana… Il nostro, signore, è il governo di una razza bianca.” – Sen. Robert Calhoun
Il saggio di Rothbard : una mappa del capitalismo disegnata da un capitalista.
Nella mente dell’europeo medio, parlare di “Nuovo Ordine Mondiale”, “agenda imperialista” oppure del nesso tra Wall Street e la politica estera americana evoca immediatamente immagini di complottismo. Ma si tratta di realtà storiche molto ben documentate, e che negli USA sono state apertamente presentate con relativa trasparenza, ed erano parte del discorso pubblico. In questo senso, il saggio di Murray Rothbard del 1984, che è stato recentemente pubblicato in Italia da Edizioni Imprimere, non rivelava terribili verità nascoste, ma semplicemente si limitava ad organizzare in successione fatti alla luce del sole (al più in penombra) per supportare la sua tesi. Non era un segreto che gli USA, a partire dalla seconda metà del’800, scelsero di farsi impero, lanciandosi aggressivamente sulla scena mondiale contro i vecchi imperi europei: non era un segreto che dietro l’invasione di Cuba si muovevano gli interessi dei grandi piantatori, gli stessi interessi che sarebbero diventati insostenibili, un secolo dopo, e avrebbero portato a Castro. Non era un segreto che il presidente americano Wilson si augurasse l’avvento di un New World Order” in cui l’economia, attraverso l’abbattimento delle barriere doganali, avrebbe rimpiazzato la politica come motore principale della vita degli stati; e non era un segreto quale fosse, distrutta la Germania Guglielmina, la più grande economia del mondo. Non era un segreto che Wilson fosse animato da un razzismo fortemente anti-asiatico, e che la sua amministrazione fosse stata quella, a partire dall’intervento militare in Siberia, a definire la politica di contenimento del Giappone che avrebbe portato alla Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico. Considerato il padre ideologico del modello neoliberista, Rothbard era tra i fondatori dell’idea anarco-capitalista, che sostanzialmente considera la regolazione del potere pubblico superflua o dannosa rispetto alla capacità dell’economia di autoregolarsi. Per dare forza a questa sua visione del mondo, traccia la mappa di come, a partire proprio dalla fine della Guerra di Secessione, i grandi magnati di Wall Street abbiano influenzato la politica americana: in questo, il principale punto di forza del libro, e anche l’intuizione della casa editrice che ha scelto di ripubblicarlo. Rothbard non è evidentemente né un anti-capitalista, né un anti-americano, e questo rende le sue osservazioni e critiche particolarmente preziose, perché le spoglia del bias ideologico. Oggi come oggi, c’è la percezione che gli studi sugli Stati Uniti siano fortemente condizionati da considerazioni ideologiche: a seconda di affiliazioni geopolitiche, oppure di chi sia il presidente in carica, o sono fortemente celebrativi, oppure fortemente avversativi. Manca invece una scuola di studi seria che si proponga di valutare la realtà in maniera scientifica e distaccata, dialogando anche con opere che possono essere controverse e valutandole all’interno di un contesto ben preciso. In questo, la collana Oltreoceano di Edizioni Imprimere rappresenta sicuramente un qualcosa a cui guardare con attenzione.
BIBLIOGRAFIA
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SITOGRAFIA
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